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Gay & Bisex

040 LA POLIZIA PENITENZIARIA


di CUMCONTROL
16.08.2025    |    6.323    |    1 6.6
"-------------------------- Questo racconto è tratto dalla saga HUNGARIAN RHAPSODY Autobiografia di un libertino..."
All’alba del nuovo giorno mi svegliai di soprassalto.

Mia madre mi bastonava.
Mi percuoteva con la mazza della scopa. Era impazzita.

- Brutta bastarda cagna demmerda che ci fanno questi, eh?
- Mamma ti prego, basta, ti prego
- Ti prego?? Cagna di fogna io ti levo da sulla terra, verme!!
- No mamma nooo
- T’ammazzo bagascia. Dimmi che ci fanno tutte ste mutande usate di tuo padre nel tuo letto!!
- Ehm le ho prese dalla lavanderia, mamma, ti prego basta, pensavo fossero mie.
- Tue eh?! Fica cacante, a chi vuoi darla a bere, eh? Mi hai rotto i coglioni che volevi le mutande di pizzo sangallo e ti ho ordinato una campionata, e credi di farmi fessa a me?! Eh?! Rispondi, cessa.
- Mammaaaa
- Ma che ci fanno le mutande sporche di tuo padre sul tuo letto!!!

Non risposi. Dovevo stare con la bocca chiusa, e intanto lei, era fuori di sé. A due mani mi azzoppava con la mazza della scopa mentre sul letto saltavano per aria le mutande usate di papà.

- Vieni Nana. Vieni con me.
- Mamma dove mi porti.

Mi afferrò per l’orecchia e mi trascinò per i corridoi stretti facendo largo tra i domestici. Nel trascinamento, impaurita come vitella al macello, guardai Cetta, la mia nutrice molisana, l’unica che per me poteva provare un fil d’amore.
Ma era impotente. Mia madre era su tutte le furie.
Mamma con un calcio spalancò la porta e mi scaraventò nella vasca da bagno. Chiamò Bernardo il più corpulento dei domestici, un uomo buono, e mamma lo costrinse a denudarmi.
Lei si passò la mano sulla fronte, ansimava, era fuori di sé. Prese il flessibile, svitò il doccione e quando fui del tutto denudato mi sparò nel culo diciotto milioni di metri cubi d’acqua che io pregai mamma di smetterla. Stavo andando in liquefazione nella vasca da bagno…

- Ti ammazzo Nana. Te lo dico io che ci fai con le mutande di papà. Scrofa.
- Mamma ti prego..
- Ti hanno visto in lavanderia, che te credi, impunita. Fogna
- Dai noooo bastaaaaaa
- A succhiare le mutande sporche di tuo padre, fognaaaAAAA

Era fuori di sè.

- Le mutande sporche PorcoD…eh? Le mutande sporche di tuo padre mo’ ti sei messa a leccare.
- Mamma, l’acqua.
- Stai zitta

Afferrò il boccione dell’ Eau de toilette di Hermes, comperata all’asta di Londra, era di David Bowe, 10 litroni di Eau de toilette, e me lo scaraventò in faccia, che non so come feci a evitare.
Bernardo la fermò.

- Signora la prego, la prego
- Me sto a sentì male
- La prego signora
- Un tonico per favore, un tonico. Prrrrrrrrrrrrrr

Così, scorreggiando, mamma svenne accasciandosi e compiendo nell’aria una torsione degna delle fogne di Calcutta.

Dalla cucina giunse di corsa Tina, una domestica, e le porse i sali e i tranquillanti.
Mia madre si riebbe appena. Fu deposta sul vaso.
S’accasciò sul davanzale.
Piangeva, a singhiozzo…

---------------------

Otto anni dopo. Ungheria.

I magnaccia m’incaricarono di scendere dal furgone.
Dovevo accostarmi al camioncino della polizia penitenziaria, che sostava poco più in là, verso la fine del parcheggio.
Per tutto il giorno avevo preso circa una dozzina di cazzi e ammetto che mi bruciava non poco il buco del culo. Ma io mi sentivo intimamente una professionista e non sarebbe stata di certo l’ultima chiavata del giorno che mi avrebbe sfiancato.
Ero emozionatissimo, perché la sola idea di avere un rapporto intimo con un addetto della polizia penitenziaria, comunque un uomo in divisa, era una cosa che di per sé mi eccitava alquanto.

Sia chiaro, avanzai sicuro di me stesso, anche se ammetto che, di tanto in tanto, perdevo l’equilibrio, perché mi immaginavo come una buzzicona del Grande Raccordo Anulare, con tanto di tacco e calze smagliate.
Naturalmente, non ero conciato in questo modo, anzi tutti mi dicono che sono maschile, ma vai a capire per quale motivo mi sono sempre sentito nei panni di una buzzicona.

Giunto di fianco al finestrino del tale, che era chiaro mi attendesse da un bel pezzo, rimasi esterrefatto.
L’uomo era un esemplare di virilità caucasica, un ritratto di forza e sensualità.
La sua mascella squadrata, scolpita come quella di un eroe greco, era sottolineata da una leggera barba di qualche giorno, che ne accentuava una fisiognomica determinata.
Gli occhi, di un nero intenso e profondo, brillavano alla luce dei lampioni. Mi stavano a tremare le ginocchia.
Aggiungo che i capelli erano quasi rasati a zero e lasciavano intravedere una leggera stempiatura che non faceva altro che aggiungere fascino al fascino.
Va detto che il tale, che peraltro esibiva una bella dentatura nonostante i segni evidenti del tabagismo, con un gesto mi fece capire che avrei dovuto fare il giro del furgoncino per sedermi proprio di fianco a lui.
No vabbè ero la regina del Grande Raccordo.

Quando fui dentro il suo furgoncino, mi sentii immerso in quella sua atmosfera così intima, istituzionale direi, nonostante il denso effluvio di panino alla salsiccia e crauti, al cui profumo si mescolava l’atmosfera di una certa flatulenza, certamente non recente ma tenace, ecco.
Feci tuttavia la splendida, nel senso che non diedi modo di fargli capire il mio disappunto per l’odor di flatulenza. Così, messomi comodo sul sedile, abbassai il finestrino e chiesi al cliente se per caso avesse una sigaretta da offrirmi.
Sia chiaro, io non avevo mai fumato in vita mia, ma siccome in Ungheria, a quel tempo, tutti fumavano, decisi che pure io dovevo prendere il vizio, anche perché mi avrebbe conferito quell’aria irresistibile di maschione.

Egli fu gentile e mi diede pure del fuoco. Fui commosso nel vedere quelle sue unghie unte, maschili, virili, e fui rapito nell’osservare come l’uomo avesse un commovente vello corvino sul dorso delle mani. Lui però non si limitò a questo.
Mentre accendevo la sigaretta, mi guardò dritto negli occhi con un'intensità tale da farmi mancare il respiro e, con un gesto lento e inaspettato, mi accarezzò la guancia con il pollice.
Non era un tocco volgare, ma una carezza quasi paterna, o meglio, protettiva. Mi parve di sentire una tenerezza che non provavo da tempo, da quando Cetta, la mia nutrice, mi guardava con quel suo sguardo d'amore impotente.

L’uomo, con una voce che sembrava un sussurro rauco e profondo, disse qualcosa nella sua lingua. Io non capii, ma l’intonazione era dolce, quasi malinconica. Accompagnò il suono con un mezzo sorriso e una leggera inclinazione della testa, come a dire "Ti capisco, non temere".
In quell'istante, mi sentii disarmato, come un'anima nuda esposta a un’empatia inaspettata. La divisa, il suo aspetto rude, tutto mi sembrò cadere per un istante, lasciando emergere un'umanità che credevo non esistesse più in quel mondo.
Mi parve che quello non fosse un semplice cliente in cerca di sesso, ma un uomo che volesse prendersi cura di me, un'anima gemella che mi offriva rifugio dal mondo.
Mi sentii una sposa promessa, la regina che attendeva il suo re.

Ad ogni modo, dopo la boccata di fumo, allungai un braccio attorno al suo capo e, con l’altro, dondolandomi come un’alcolizzata, gli abbassai la patta da vera professionista tenendo lo sguardo ben fisso sui suoi occhi.
Dalla patta spuntò come molla un obelisco già duro.
Ma cosa mai farò agli uomini, pensai, e gli sorrisi fiera della mia seduttività suina.
La minchia era un autentico trionfo, tutto di travertino, scolpito di vene e fasci pulsanti di membra.
Un grande palo di carne, c’è che dire, in cima alla quale guizzava la luce riflessa del lampione che se ne stava a pochi passi da noi tra le fronde.
Mi piegai per prenderlo in bocca, ma fu proprio in quel momento che quell’individuo mi sorprese. Mi ripose al mio posto.
Io lo guardare come a dire Che è?

Egli però non disse nulla.
Egli indietreggiò il sedile, reclinò lo schienale, si voltò tenendosi per le ginocchia, si sbottonò tutto e si calò calzoni della divisa e mutande. .
Si abbracciò al sedile e vibrò il suo deretano.
Fui bruciato vivo dal terrore. “Stupida che sono” e io che già sognavo di stare con lui, con un attivo, con la divisa, ungherese perdio, ungherese. Un uomo vero. Un uomo che tutte le sere mi avrebbe assassinato il culo nel letto e colmata di baci fino a notte fonda.

E invece no. Chateau de sable. Io ero la solita illusa. Nessuno mi avrebbe salvata.
Ma lui se ne stava lì, col culo per aria, abbracciato allo schienale e io perdio dovevo far qualcosa!
Come potevo io scoparlo. Scopare una guardia. Tutto ciò è contro natura.
Cercai di guardare oltre i finestrini per intercettare in lontananza il furgone dei miei due magnaccia. Ci sarebbe stato uno sbaglio. Non era possibile che mi fosse dato l’ingrato compito di inculare un uomo. Non ne sarei stata capace.
Lui però protese il braccio, mi ficcò due dita in bocca e poi se le passò sulla sua fessurina.
Poi ripeté l’azione, rificcandomi le dita sudaticce nella mia bocca, ed io miagolai degustando l’antipasto delle recondita intime del maschio.

Il suo era un chiaro invito. Io dovevo praticargli un opportuno lavaggio anale. Niente di più.
Mi rinfrancai. Forse tra noi poteva esserci un progetto.
Il bell’uomo dalle natiche voleva da me la lingua calda. Che dolce. E che spavento poco prima.
Mi accostai alle sue natiche, egli insellò la schiena e con le mani si dilatò per benino, esibendomi il buco perfetto. Ammesso che stavo scomoda, ma era il mio sogno che si stava realizzando.
Il mio primo uomo in divisa.
Mi disposi tutta storta davanti al suo ano.
Fui travolto, come dire, dall’odore stanco di tante ore trascorse da seduto.
L’odore era tenace. Di chiuso. Ed io stavo là per la rinfrescata.
Pertanto, emisi un sospiro e, al pari di Maria Stuarda, mi avviai felice al patibolo.
D’altro canto era il mio lavoro.

Quindi, una volta giunto a pochi centimetri dall'orifizio, inspirai profondamente e una solfurea vampa acida mi pervase le narici.
Era la fine, ne ero consapevole, la mia lingua stava atterrando sul suo buco del culo di un uomo che non si lavava da ore e aveva trascorso ore seduto su quella cazzo di camionetta.
Eppure mi sentivo stranamente euforico.
Estrassi ancor di più la mia lingua, timida e tremante, che lambì l'estremità di quel cratere diabolico. L’ano si rivelò sorprendentemente delizioso. Gustosissimo.
Sapeva di un gorgonzola non proprio di primissima stagionatura, questo va precisato, ma si sa, meno è fresco il gorgonzola, più si diffonde nel cavo orale.

L'uomo provò sommo piacere. Si aggrappò allo schienale del sedile, nella posizione della pecorina, per così dire, e fremette con le cosce, le mutande e i pantaloni abbassati.
Si contorceva e più si contorceva, più io gli leccavo l'ano.
Il suo abbandonarsi alla lussuria anale mi parve tuttavia alquanto sospetto, poiché, è doveroso ammetterlo, il giovanotto dall'aria gitana si agitava troppo.
Così, nel culmine della leccata anale, mi domandai se per caso stessi leccando l'orifizio di una persona passiva. La domanda era legittima. Ma quando tentai di esplorare la fessura con il mio dito, egli lo respinse con scatto, segno inequivocabile che il maschio aborriva ogni forma di penetrazione.

Il gesto mi rincuorò e pertanto quel buco del culo fungeva solo da via di scarico, il che è alta garanzia di eterosessualità.
Quindi, mi rincuorai e afferrai le sue belle natiche da maschiaccio e ci abbandonammo, io e quell’ano, a un bacio appassionato, con la convinzione sempre più radicata di essere portato per la pratica del rimming.
D’un tratto però l’anello anale si mise ad avere delle contrazioni, dapprima timide e poi sempre più rapide. Ne ebbi terrore. Cos’era na loffia in arrivo?
Ma l'uomo non perse tempo e si voltò verso di me. Io non feci neppure in tempo a sistemarmi dalla posizione in cui mi trovavo nel suo veicolo, che mi afferrò per i capelli e mi introdusse il fallo nella boccuccia. Annegai tra le sue cosce lasciando che il poliziotto mi scaricasse nella gola tutta la sua corposa massa testicolare.

Quello stronzo, va detto, non mi diede neppure la possibilità di una degustazione precisa della sua sborra perché aveva preferito scaricare in gola. Dovetti dunque impugnargli il cazzo e stringerlo forte così che dal glande sgorgassero le ultime gocce di maschio.
Dio mio stavo a fa’ l’estasi. Fossi stata una gallina avrei pigolato sbattendo le alucce.
Recuperai ogni goccia dall’uretra e nel mentre mi tenevo due dita ficcate su per il culo.
Ansimava.
Come era bello vederlo con occhi chiusi e ansimante, con un mezzo sorriso e la luce bianche dei suoi denti. Era ebbro, tumido di gioia. Era maschio.
Poi il tale mi levò via.

Io mi ricomposi, e si tirò su mutande e calzoni, come se tra di noi non fosse accaduto nulla.
Io tirai fuori la lingua ed emisi un suono di rinfresco. Hai presente quando bevi una bella birra gelata nelle calure estive? Esatto, feci così.
Mostrandogli la lingua, gli feci vedere quel poco di sborra che ero riuscito a trattenere sulle papille. Egli mi guardò distrattamente, ma ricomponendosi gli abiti, ebbe una specie di conato di vomito.
Peccato, mi dissi io. Peccato veramente. Gli uomini, quelli veri, ti usano come na zoccola fin che va bene loro. Finita la sborrata, gli fai schifo.
Ad ogni modo, mi disse…. Grazie.

- Grazie??? No dico, mi hai detto grazie?? Allora sei italiano?
- No
- Come no, mi hai detto grazie
- Ho imparato poco
- Ohi ma che carino che sei
- Tu mi hai detto grazie!
- Beh, si, grazie. Vuoi siga?
- No. E comunque non è da tutti. Ma… Ma tu chi sei? Io merito la dannazione eterna e tu mi dici Grazie. Io… io che da ragazzo succhiavo le mutande pisciate di mio padre. Ohi io non merito la tua gentilezza..
- ?
- Ascolta, io lo so che tu hai pagato per un po’ di sesso, ma ciò che posso darti è molto di più. Tu sei un bel tipo, rude, diciamo. Io posso esserti di sollazzo in ogni momento. Basta che tu parla ai magnaccia e gli dichiari la verità! Che mi vuoi bene. Anche io ti voglio bene, sai? E questo credo che tra noi sia un punto di partenza. Certo, lo so, lo so. La lingua è d’ostacolo. Segna tra noi un confine, no?

Egli mi fissava.

- D’altronde i confini ci sono per essere varcati, e noi li varcheremo. Come ti chiami? Io mi chiamo CUM, che vuol dire Venerdì in Curdo. Non chiedermi perché io abbia un nome curdo..hahahahahha… Insomma, sai, e comunque i magnaccia non amano chiamarci per nome, per de-umanizzarci diciamo, ma noi due possiamo costruire “l’altrove” non è vero? Tu hai una casa, si?
- Magnaccia?
- Come Magnacca. Ah si, certo. Tu non ti preoccupare. Tu parla coi magnaccia e tra noi due sarà un incontro. Io ti accudirò in tutto e per tutto e se tra noi, chi sa, un giorno, ci fossero dei problemi, come in tutte le coppie sia chiaro, chi siamo noi per giudicare hahahahaha…. Dicevo, non occorrerà lasciarci. Il dialogo è tutto, è sostanza, è essenza, è modificazione. Si parlerà civilmente, tutte le sere ci interrogheranno che cosa è la nostra comunione e lavoreremo sulle motivazioni, i sogni, comprendendo le lacerazioni della nostra anima, e agiremo senza paura dove tra noi ci saranno degli strappi…. Poi diventeremo vegani, ci batteremo per i diritti, e inviteremo tanta gente barbuta in casa per l’Eurovision. Che fai?

Vidi l’uomo fissarmi negli occhi con il volto stravolto.

- Amore, va tutto bene, si?
Si piegò su di un fianco..
- Stai bene, sei impallidito?
Si piegò ancora, inesorabilmente.
- Qualcosa non va tesò???

A quel punto, una scoreggia pazzesca proruppe, e ruppe ogni magia.
L'aria nel furgone s’avvampò di una zaffa mortifera, che mi spinse a indietreggiare con un sussulto tenendomi ferma al mio sedile. L’onda d’urto mi sbiancò i capelli.. Salsiccia e crauti andati a male e io strillai.
"Cazzo!" pensai, mentre con le lacrime agli occhi mi coprivo il naso con la manica.
Lui si sollevò dal sedile e, con gli occhi gonfi di vergogna, o forse di sollievo, si mise a ridere.

- C'è il mio capo. Non posso. Va via!
- Come il tuo capo, ndo sta? Ma… ma noi due?
- ?
- … i confini da varcare… il dialogo…?

Lui aprì la portiera, e uscì dalla camionetta.

- Non puoi, non puoi andare! Io ti voglio bene!
Uscii dal mezzo, lo raggiunsi, gli afferrai un braccio e, in una tragica scena gli chiesi:
- Dimmi, ti prego! Hai una casa? C'è un posto dove due cuori possono incontrarsi e parlarsi civilmente? Ti prego salvami. Tu sei quello che io… la divisa insomma, tu, il tuo cazzone….

Ma l'uomo si allontanò a grandi falcate, lasciandomi sola in mezzo al nulla, nel mio dolore, e in quell'orribile odore che fuoriusciva dal mezzo che se ne stava lì, abbandonato.
Mi voltai e vidi che uno dei miei magnaccia, il più grosso, era lì, fermo, e mi guardava.
l magnaccia, che aveva assistito alla mia tragicommedia da lontano, si mise le mani tra i capelli e poi scosse la testa. Non disse nulla.

Venne a prendermi. Mi afferrò per un braccio. Era inutile opporre resistenza, ero una marionetta nelle loro mani.
Mi spinse senza troppi complimenti verso il nostro furgone, mi scaraventò dentro, e mi richiuse violento dentro quella lamiera fredda. I miei vestiti, le mie speranze, tutto si sgualcì in un istante.
Il motore si accese, il furgone ripartì sobbalzando.
Ero una cretina.
E tanto infelice.







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Questo racconto è tratto dalla saga
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Autobiografia di un libertino.

CUMCONTROL 2025

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